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sabato 31 dicembre 2011

Recensione: Io sono Li di Andrea Segre

Io sono Li è uno di quei film la cui visione ripaga per intero il costo del biglietto e in periodo di feste e svaghi natalizi e di capodanno aggiunge alle nostre vacanze spensierate una nota di lieta e amara riflessione. Dispiace solo che opere di giovani registi italiani di questa qualità vengano relegati in orario tardo da ultimo spettacolo e che nella sala ci siano poche persone , mentre la massa degli spettatori preferisce riversarsi a godere film girati sicuramente con budget e supporto pubblicitario di maggior spessore , ma molte volte di dubbio gusto. 
Io sono Li è l'ultima fatica del regista padovano Andrea Segre , è stato proiettato all'ultima edizione della Mostra cinematografica di Venezia raccogliendo numerosi apprezzamenti. L'opera si avvale di un cast di attori veramente affiatati: dalla bravissima Zhao Tao fino a Rade Sherbedgia, Marco Paolini e Giuseppe Battiston. Protagonista della storia è Shun Li, una giovane ragazza cinese che confeziona quaranta camicie al giorno per pagare il debito e i documenti che le permetteranno di riabbracciare suo figlio. Impiegata presso un laboratorio tessile, viene trasferita dalla periferia di Roma a Chioggia dove è incaricata di fare la barista dell'osteria ‘Paradiso', qui Shun Li impara l'italiano e gli italiani. Malinconica e piena di grazia trova amicizia e solidarietà in Bepi, un pescatore slavo da trent'anni a bagno nella Laguna. Poeta e gentiluomo, Bepi è profondamente commosso dalla sensibilità della donna di cui avverte lo struggimento per quel figlio e quella sua terra lontana. La loro intesa non sfugge agli sguardi limitati della provincia e delle rispettive comunità, che mettono bruscamente fine alla loro sentimentale corrispondenza. "Io sono Li" è un punto di sintesi del mio percorso registico nell’ambito del cinema-documentario" ha dichiarato il giovane regista padovano . E’ un racconto nato dal ricordo di una donna cinese che lavorava in una tipica osteria veneta: "Il ricordo di questo volto di donna così estraneo e straniero in questi luoghi ricoperti dalla patina del tempo e dall'abitudine, non mi ha mai lasciato". Un film quindi sull'incontro di due persone che, per quanto provengano da culture e da mondi diversi, scoprono di essere accomunate dalla solitudine del vivere. Shun Li e Bepi si accorgono che il paesaggio della laguna veneta, in fin dei conti, assomiglia incredibilmente al paesaggio del mare della Cina e che i pescatori cinesi usano le stesse tecniche di pesca usate nella laguna . Io sono Li non è solo quindi un'affermazione di esistenza, ma anche la storia della ricerca di una identità perduta e mai dimenticata. La ricerca di Shun Li che aspetta con ansia l'arrivo del figlio dalla Cina ; la ricerca di Bepi, il vecchio pescatore di Pola che vive la sua estraneità rispetto a un figlio che vorrebbe tutelarlo ma finisce involontariamente per ucciderlo. Al di là della tematica esistenziale, tuttavia l'opera propone alla riflessione anche un discorso sociale mai scontato e banale su tematiche di attualità quali l'integrazione e il riconoscimento del diverso. Il tutto ambientato in una terra come il Veneto che ha alle spalle una storia secolare di integrazione della diversità , ma che in questi anni si è distinta per uno sviluppo economico esasperato ed egoistico incarnato nel film dal personaggio di Davis che pensa solo ed esclusivamente ai “schei” e non è in grado nè di educare suo figlio, nè  di capire la discrezione e la sottile amicizia che intercorre nel rapporto di Bepi con la ragazza cinese. 
Nel film forse si respira l'aria di un Veneto antico, fatto di osterie di “ombre” bevute insieme al tavolo mentre si gioca una partita di carte, di chiacchiere e piccoli scherzi camerateschi, ma forse quel Veneto era portatore dei valori di solidarietà e amicizia che si sono sbiaditi ai giorni nostri e che  raramente si possono trovare nei rampanti centri commerciali che sorgono nelle città dell'entroterra. Questo sottile filo di malinconica nostalgia , sfumato nelle sottili nebbie della laguna, percorre tutta l'opera che mantiene sempre salda la barra di uno stile che si disimpegna tra il racconto e le migliori qualità documentaristiche . Viene facile fare dei raffronti con la grande tradizione neorealistica del cinema italiano, con i personaggi di "Roma città aperta" o con  i pescatori de “La terra trema” di Luchino Visconti , d'altronde in questi anni stiamo assistendo  nel migliore cinema italiano a un bisogno sorgivo di recupero di quel senso della realtà  che si era smarrito dopo decenni ubriacature edonistiche e consumistiche. Lo stile scarno e quasi documentaristico di questa opera non fa eccezione , stile esaltato dalla registrazione in presa diretta e dalla scelta del regista di lasciare parlare i personaggi nella loro lingua d'origine e nei loro dialetti, preferendo i sottotitoli a un pessimo doppiaggio in lingua italiana 
"Io sono Li" insomma è una storia dolce e amara, senza lieto fine, ma in cui, nonostante tutto, vive una forte speranza per il futuro. 

Giudizio: Assolutamente da vedere


lunedì 19 dicembre 2011

Recensione: The Artist di Michel Hazanavicius

2011, nell' era dei film a 3 D , nell'epoca in cui la tecnologia digitale trionfa sugli schermi e rende i films sempre più spettacolari e ricchi di effetti speciali , un regista francese, Michel Hazanavicius, porta sullo schermo non un film sul cinema muto ma addirittura un film ‘muto' in bianco e nero, e girato con cura e attenzione alle caratteristiche proprie di quel tipo di linguaggio.
Si potrebbe subito pensare a un'operazione da filologi o da cinefili un'operazione nostalgia che tende a rivolgersi a un ristretto pubblico di cultori e appassionati, o alla solita operazione dichiaratamente postmoderna fredda e cerebrale che si compiace nella rievocazione delle tecniche del passato, in realtà The Artist non è nulla di tutto questo. La pellicola infatti non ha nulla del calligrafismo o dell’esibita perfezione del metacinema o della freddezza del film d'autore quando si fa troppo cerebrale, l’arte pulsa, il cuore batte emozioni eterne e non importa se non le udiamo dalla voce dei protagonisti , le sentiamo ugualmente . The Artist è infatti un film nel quale si ride , ci si diverte, ci si commuove, un film anacronisticamente moderno, e magico. Una storia d’amore d’altri tempi, o di tutti i tempi, raccontata solo attraverso l'incanto delle immagini, senza la contaminazione delle parole.
Protagonista è George Valentin (Jean Dujardin) un divo del cinema muto all'apice del successo che conosce tuttavia l'altra faccia della celebrità . Infatti negli anni '30, con il sopraggiungere della la Grande Depressione, e soprattutto con l'avvento del sonoro, la sua vivace espressività da attore del muto sembra non interessare più a nessuno. Il suo orgoglio unito alla depressione lo faranno sprofondare in una crisi esistenziale senza via d'uscita. Nel frattempo, Peppy Miller (Bérénice Bejo), una giovane e briosa ragazza conosciuta per caso da Valentin da semplice ballerina, grazie proprio all'avvento del sonoro, si sta trasformando in una star di primo livello, Valentin caduto in disgrazia economica e umana sprofonda in una terribile spirale di autodistruzione che si concretizza nella magnifica scena in cui cerca di uccidersi dando fuoco alle pellicole che aveva gelosamente conservato nella sua casa, infatti nel suo incrollabile orgoglio non può lasciare che quella ragazza lo salvi dalla presunta miseria che lo attende. Tuttavia,alla fine della storia, sarà proprio Peppy con la sincerità dei suoi sentimenti a rimettere in corsa la carriera professionale e umana di Valentin.
The Artist doveva essere un film per pochi intimi, e invece, a sorpresa, sembra essere un film davvero per tutti, un film in cui la magia del muto si compie ancora una volta grazie alla la bacchetta sapiente dell'artista. Già inserito in extremis nel Concorso di Cannes e premiato, potrebbe agevolmente inserirsi in palmares ai prossimi Oscar. E' la dimostrazione che quel che conta nel cinema, non sono tanto gli effetti speciali o i grandi divi, quanto avere una storia da raccontare e saperlo fare con pazienza e maestria. Il ritmo serrato della narrazione , che non ha mai un momento di stanchezza , i bravi interpreti e l'ottima regia, senza sbavature, fanno di questa opera un racconto universale davvero capace di entrare negli occhi e nel cuore del grande pubblico . Pur sciorinando con una certa divertita nonchalance e tutta una serie di elementi propri di un linguaggio anacronistico , l'opera si rivela una vera sorpresa con il suo voler parlare ad un platea altra, puntando sulla leggerezza dei toni della commedia nella sua veste più pura,  con una spigliatezza ed un entusiasmo senza pari. Assolutamente da non perdere.



lunedì 12 dicembre 2011

Recensione: Midnight in Paris di Woody Allen

Cosa potrebbe succedere se improvvisamente i nostri sogni diventassero realtà? Se i miti letterari della nostra giovinezza si presentassero davanti a noi in carne ed ossa e noi potessimo parlare con loro di letteratura di arte ma anche e soprattutto di vita? E' ciò che accade a Gil , protagonista dell'ultimo film di Woody Allen, Midnight in Paris. Gill, irrinunciabile alter ego di Allen, a seguito di una vacanza a Parigi si trova a desiderare così intensamente di rivivere la straordinaria atmosfera della Parigi anni 20 che lui ha conosciuto attraverso i libri e visto nei quadri e nei film dell'epoca , che , in maniera del tutto inaspettata, finisce per abbandonare il suo presente e per ritrovarsi a una festa con Scott Fitzgerald , a bere con Hemingway, a far leggere il suo tribolato romanzo a Gertrude Stein, a innamorarsi della musa di Picasso e a disquisire della paradossale situazione che vive con i surrealisti Dalì, Man Ray e Bunuel . Così facendo, saltando avanti e indietro nel tempo, realizza gradualmente tutte le insoddisfazioni professionali e sentimentali del suo presente e ritrova se stesso e la sua vera personalità . 
Certo, non c'è nulla di nuovo rispetto alle opere precedenti, Allen sembra sempre un po' fare il verso a se stesso, ma rispetto alla deludente prova di Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni ritrova lo smalto che sembrava perduto. Il film è da un lato una presa di coscienza della necessità di fuggire dal presente per rifugiarsi in un mondo di emozioni fantastiche e idealizzate, dall'altro , è presente la costante consapevolezza che non si può in alcun modo sfuggire alle necessità che il mondo ci impone . Allen si esercita, lungo tutta l'opera in un raffinato esercizio di stile, ricco di citazioni, evidenti sono quelle tratte da Bella di Giorno di Bunuel , opera che fornisce un po' l'intelaiatura di questo sogno ad occhi aperti che Gil vive insieme allo spettatore. Come nei films di Bunuel infatti, anche in Allen, realtà e sogno , immaginazione e presente finiscono per fondersi in un tutto inscindibile . Nella Parigi degli anni Venti Gil trova tutto quel che desidera, e per questo nei suoi ritorni alla realtà trova la forza e il coraggio per vedere quel che negava: un rapporto insoddisfacente con la sua fidanzata, un tradimento chiaro ma ignorato troppo a lungo , il suo progressivo sottomettersi ai voleri della bella Adriana nel nome di un pragmatismo borghese che risulta essere alla lunga triste e insopportabile. In una scena del film Allen fa dire a Gertrude Stein che l'artista non è colui che fugge, ma colui che con la sua opera cerca di dare senso e speranza di fronte all'insensatezza dell'esistenza. Forse questa è la conclusione a cui ci vuole portarci nel suo gioco narrativo il regista . La realtà non è un sogno, ma sognare aiuta a vivere.

giovedì 17 novembre 2011

Recensione: Drive di Nicolas Winding Refn

Seguendo la scia dei migliori film d'azione americani, Drive,del regista danese Nicolas Winding Refn , è un concentrato di adrenalina e di citazioni cinematografiche allo stato puro. Non è difficile credere che tra qualche anno questo film potrà essere considerato un cult movie. Refn infatti abbina sapientemente le risorse tipiche del genere con una raffinata conoscenza della macchina da presa e della storia del cinema creando un prodotto ricco di citazioni cinematografiche che ha le stigmate del film postmoderno. Alcune scene sono in effetti da antologia tra tutte quella dell'ascensore o quella dell'inseguimento che apre la pellicola e ci introduce nel mondo a cavallo tra legalità e illegalità del protagonista del racconto. Quando il biondino, protagonista della storia, si mette al volante c'è da prepararsi al peggio, il ragazzo dalla faccia angelica e dai nervi d'acciaio è un freddo pilota ma rivela anche una insospettabile  violenza selvaggia. Il film infatti è diviso in due parti, la prima tutta corse e speranza, la seconda invece dominata dalla violenza più cieca,  entrambe sottolineate da una colonna sonora musicale di tutto rispetto in cui l'elettronica degli anni Ottanta la fa da padrone . Drive è uno di quei titoli che si fanno prendere sul serio sia che si cerchi il piacere dello spettacolo sia che si pretenda la coerenza della eterna metafora della lotta dell'individuo per la propria sopravvivenza. L'ottima accoglienza ricevuta all'ultimo festival del cinema di Cannes , dove la pellicola si è aggiudicata il premio per la miglior regia testimonia la qualità di un film che pur lavorando con il materiale tipico del cinema di genere noir hollywoodiano se ne distanzia per l'abilità registica e per il giusto mix di intimismo e azione criminale , sarà poi il futuro a dirci se il regista danese è solo un impeccabile manierista o se ha un mondo interiore da esprimere.

lunedì 14 novembre 2011

Recensione: E' questa l'ora...

“Cara mamma, io godo di ottima salute, sta tranquilla, cerca di mandarmi il sacco alpino, maglione bianco, camicia di lana, pantaloni a sport e un po' di denaro” Sono le ultime parole che si possono leggere nel diario di Lino Camonico, partigiano e martire del Grappa pubblicato con il con il titolo di “E' questa l'ora...” grazie al lavoro di ricerca storica e alla cura di Francesco Tessarolo. Nato a Bassano nel 1923, dopo aver frequentato il Reale Liceo Ginnasio Brocchi,Camonico si era iscritto alla facoltà di medicina dell'Università di Padova quando la tragedia della guerra si impose con violenza nella sua vita come in quella di molti altri ragazzi di allora . Nei mesi che vanno dall'ottobre del 1943 al giugno dell'anno successivo, Lino notò scrupolosamente in un diario i fatti che successero in quel periodo nel bassanese.Leggere oggi queste pagine fa senza dubbio un certo effetto, ci si trova di fronte uno spaccato della vita di Bassano di quegli anni tristi e bui della guerra. Anni di sospetti, paure, delazioni, ma anche di grandi spinte ideali e di sacrifici personali .Fin dalle prime pagine emerge il clima di sospetto e di diffidenza che aleggiava in quel periodo «Le spie fasciste ti hanno denunciato al comando tedesco . Con questo annuncio i ragazzi mi accolgono al caffè.» scrive Lino in data 7 ottobre 1943. Infatti la prima attività di Lino in seno al movimento antifascista consiste nel diffondere giornali clandestini impregnati di propaganda contro il regime e contro i tedeschi, portare vestiti e viveri ai partigiani che già sono in montagna, un lavoro oscuro , ma importante ,fatto in silenzio e con discrezione cercando di eludere la vigilanza e l'attenzione delle spie e dei delatori. Tuttavia lottare per la giustizia e la libertà non è facile nella Bassano dell'epoca. Tra i momenti più problematici da affrontare per questi giovani partigiani c'è l'opposizione alla chiamata alle armi fatta dalla Repubblica di Salò «Nei primi giorni - scrive Camonico - pochissimi si presentarono, per lo più fascistoni fanatici. Dopo, la resistenza passiva diminuì e il numero delle reclute si ingrossò. Infine si misero in giro i carabinieri e le camicie nere che ponevano il dilemma: "o il ragazzo si presenta o vengono arrestati i genitori". Di fronte alla minaccia della fucilazione, anche Lino cede e decide di presentarsi al distretto militare dove, tuttavia, viene riformato e così è libero di muoversi, senza timore di essere catturato. Non manca nel diario la presenza di una figura femminile torbidamente centrale nella vicenda di Lino . Nora Licia Naldi, una sua coetanea di origine bolognese, la quale , dopo aver soggiornato per un periodo a casa Camonico, diventerà l'amante del tenente Alfredo Perillo, figura rilevante del nazifascismo bassanese e si trasformerà in una delle più solerti ed implacabili inquisitrici e delatrici della città. Nel giugno del 1944, saputo dell'arresto di alcuni suoi amici, Lino decide di andare in montagna dove assume il nome di battaglia di Medoro . Qui si occupa soprattutto di curare i compagni feriti fino ai giorni del rastrellamento, del Grappa.
L'epilogo della vicenda è quello tragico che ha visto tra le vie di Bassano, impiccati, i martiri della resistenza. Di Lino Camonico ci restano tuttavia le parole che scrisse nel suo diario nel novembre del 1943: «Di tanto in tanto, tolgo lo sguardo dalla pagina e mi metto a pensare. Penso al mondo migliore che sorgerà dal sangue e dalle rovine di questa guerra, agli uomini migliori affratellati dal vincolo comune di giustizia e di libertà».

sabato 13 agosto 2011

Consigli per l'estate : L'ultima anguana

L'ultima anguana di Umberto Matino pag 288 edizione Foschi.

La valle dell’orco di Umberto Matino è stato un caso letterario, o quanto meno lo è stato in Veneto. Diecimila copie per un romanzo gotico rurale, edito da una casa editrice attenta, ma non certo di primo piano uscito in sordina e senza alcuna campagna pubblicitaria, considerato l'attuale mercato dei libri in Italia, sono veramente tante. Chi acquista il secondo romanzo di Matino non si attenda tuttavia una semplice e banale riedizione o rifacimento del primo. Certo , lo scenario è il medesimo, vale a dire le valli delle montagne vicentine tra Schio e la Val Posina, l'ambiente è ancora quello rurale e il formato è sempre quello del giallo. Tuttavia ci sono parecchi aspetti che differenziano la prima dalla seconda opera. Innanzitutto il tono della narrazione; Matino sa infatti passare in questo romanzo da un registro leggero, quasi fiabesco, sovente caratterizzato dall’uso azzeccato di termini dialettali che richiamano anche il riso, alla tragedia incombente che precipita all'improvviso . Sono cambiamenti repentini e non annunciati che colgono di sorpresa il lettore, e che differenziano "L’ultima anguana" da "La valle dell’Orco", dove invece la tensione era costante e latente pressoché in ogni pagina del racconto.
Ciò che caratterizza tuttavia maggiormente l'Ultima anguana, a mio parere,  è l'assottigliarsi della trama storica a favore di una riscoperta delle tradizioni locali viste con occhio infantilmente fiabesco . Infatti mentre nel precedente romanzo la narrazione era sostenuta da un imponente apparato storico e di ricerca qui si lascia maggiore spazio alla fantasia emerge il gusto di raccontare una storia, quasi di fare filò con passo  disteso e meno frenetico del primo romanzo .  Molti  di voi si chiederanno per esempio cosa sia un'anguana. Di fatto si tratta di un  personaggio tipico della mitologia alpina. L'anguana   personifica il magico, ma anche la paura, è una creatura legata all'acqua, dalle caratteristiche in parte simili a quelle di una ninfa del mondo romano. «Storicamente, dopo il Concilio di Trento la chiesa prese una posizione netta e ufficiale contro le antiche credenze del popolo e le bollò di eresia e stregoneria. Nacque una strenua lotta a tutto ciò che non rientrava nei canoni ufficiali e che veniva ritenuto pericoloso e fuorviante. Questo atteggiamento però finì per sminuire tutta la vecchia cultura popolare che si era tramandata per secoli, fino a cancellarla ufficialmente. E così il mondo delle anguàne, dei salbanelli e delle streghe fu relegato in clandestinità e sopravvisse solo nei racconti degli anziani» ha dichiarato Matino in una recente intervista . E' il recupero di queste tradizioni popolari che segna in maniera indelebile i caratteri del modo di Matino di scrivere gialli anche se questa volta  l'autore  ha scelto non  più l'hard boiled, il thriller,  ma il poliziesco. Ci troviamo infatti davanti alla struttura tipica del poliziesco all'inglese : un delitto, un commissario che indaga , un aiutante , vale a dire il curato don Andrea, e un colpevole .
Non è mai opportuno parlare della trama quando si scrive di un giallo, anche per lasciare ai lettori il piacere di addentrarsi nella vicenda e di scoprirla a poco a poco, diremo solo che la narrazione è scandita in tre diversi momenti che corrispondono a tre storie parallele . Ci sono tre bambini di città, Vito, Marilù e Pino, che da Vicenza si trasferiscono a Posina per le vacanze estive e si trovano a scoprire segreti terribili che cambieranno le loro vite. C'è il maresciallo Pietro Baldelli, di origine umbra, ma catapultato nella stazione dei carabinieri fuori dal mondo in Val Posina per punizione, che indaga sulle morti misteriose. C'è il prete Alfredo Vanin, anche lui "esiliato" in Val Posina da Vicenza per punizione, che si trasforma in investigatore al servizio del maresciallo Baldelli . Ci sono infine gli abitanti della contrada, aspri come la loro terra, ambigui e misteriosi, che un momento sembrano vittime e il momento dopo si rivelano carnefici.
La suspense procede di pari passo con la descrizione dei paesaggi della vallata e le riflessioni sull'evoluzione della società pedemontana. Il dialetto veneto parlato dai valligiani assume il valore di lingua dell’arcano anche se manca il carattere misterioso e iniziatico e direi quasi esoterico che assumeva nel precedente romanzo il chiuso dialetto cimbro.  Tutto questo è racchiuso in un’unica storia,  giallo e tradizione popolare si fondono in una narrazione semplice e scorrevole perchè scritta in un italiano affabile  e godibile . Un gioiellino narrativo nostrano, dunque, che non lascerà a bocca asciutta chi ha letto apprezzato e amato La valle dell’Orco.
Mauro Peruzzo

lunedì 1 agosto 2011

Consigli per l'estate : Ave Mary


Ave Mary, e la Chiesa invento la donna di Michela Murgia pag 170 edizione Einaudi.

Prima di partire per le ferie , mi soffermo a parlare di un libro sicuramente stimolante, non fosse altro per l'argomento che tratta, vale a dire, la condizione femminile e il suo rapporto con la religione cattolica. Michela Murgia è una scrittrice già affermata e conosciuta , nel 2010 il suo romanzo "Accabadora" ha vinto il premio Campiello letteratura, è , inoltre studiosa di teologia e appassionata dei problemi che concernono il nostro rapporto con il divino . Il libro in questione non si può certo considerare un romanzo, quanto piuttosto una libera conversazione , una chiacchierata fatta tra amici che ci permette di conoscere e discutere di argomenti importanti, ma che il nostro mondo moderno tende a rimuovere . Non vorrei con questo impaurire il lettore, l'opera non è affatto difficile o noiosa, in quanto la scrittrice sarda può concedersi il lusso di parlare di religione e allo stesso tempo inserire parallelismi con il giallo, strizzare l'occhio ai cartoni animati , inserire nella trattazione esempi tratti dalla pubblicità, il tutto accompagnato da uno stile così piacevole da arrivare alla fine del libro e avere nostalgia del momento in cui si è iniziato a leggerlo.
In Ave Mary la Murgia sottolinea tutte le incongruenze, gli errori, i giochi politici e teologici della Chiesa cattolica che hanno perpetuato nei secoli una visione della donna atta a mantenerla in una condizione di subalternità sociale se non di vera e propria inferiorità. Il cattolicesimo non ha certo inventato un modello di donna come essere inferiore, sottomesso, ma ne ha legittimato la sua rappresentazione. Una relazione di sottomissione che porta la donna alla subordinazione anche nel caso estremo in cui debba subire violenza.
Tra le molte pagine degne di nota straordinaria  è quella in cui in sintesi  la scrittrice analizza l'immagine della donna nella pubblicità: sempre snella, in forma, slanciata e dinamica, senza mai rughe o capelli bianchi. Le radici di questo pensiero vanno ricercate anche nella dottrina della Chiesa. Se per le gerarchie ecclesiastiche l'anzianità è sinonimo di saggezza, a nessuna donna è concesso di invecchiare ispirando saggezza. L'immagine di Maria, perennemente giovane e bella, è la prima icona che trasmette l'idea che la donna debba essere così , perchè la Madre di Cristo è la donna del sì, di un sì il quale deve essere inteso come la sublimazione di tutti i sì pretesi dalle donne . Il sì al matrimonio , il sì a tutti i rapporti sessuali che desidera lo sposo, il sì alle gravidanze (sempre) e i sì di obbedienza al padre, al fratello, al marito, al prete. "Attraverso la distorta rappresentazione del sì di Maria la Chiesa ha dato a intendere alle mogli e alle figlie che il loro dissenso [...] è in contraddizione con il progetto di salvezza di Dio". Se le donne sovvertono queste regole, dicendo no, possono aspettarsi solo riprovazione sociale e punizioni. In che modo la chiesa abbia usato l'immagine femminile per rafforzare la propria dottrina si può chiaramente avvertire nella disamina che la scrittrice fa dei processi di canonizzazione e santificazione, che rispondono a una logica estremamente stringente e consona ai valori che la dottrina cattolica  intende trasmettere. Per esempio, tra la proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione nel 1854 e quello dell'Assunzione di Maria Vergine al cielo nel 1950, si colloca una  raffica di santificazioni di donne "morte di verginità", come Maria Goretti e Antonia Mesina. Un procedimento progressivo di verginizzazione del modello femminile , che si muove in parallelo con la ridefinizione dell'immagine stessa della Madonna . Sparisce l'immagine della Madonna che allatta il suo bambino o lo stringe tra le braccia, viene cioè rimossa la figura  della Madonna donna e madre, e si fa largo un modello angelicato che strappa Maria dal mondo delle donne normali. Allora si diffonde l'icona di Maria con il capo velato e le mani giunte o allargate, il viso sereno da perenne adolescente rivolto verso il cielo .
Ave Mary ci fa scoprire dunque molti aspetti meno immediati ed evidenti della figura di Maria, e parallelamente ci fa comprendere meglio la collocazione della donna nel contesto sociale occidentale intrecciando sapienza e ironia, Sacre Scritture e vita quotidiana, non dando tregua a tutti gli errori che credenti chic e atei devoti hanno  diffuso attraverso la televisione. "Da cristiana dentro la Chiesa avevo patito spesso rappresentazioni limitate e fuorvianti di me come donna" afferma la Murgia in un'intervista. Anche un libro può essere un modo per  fare i conti con se stessi e con le proprie questioni  irrisolte . Da leggere.

giovedì 28 luglio 2011

Consigli per l'estate : Acciaio


Acciaio di Silvia Avallone pag.358 edizione Rizzoli

Il romanzo che per una manciata di voti non si è aggiudicato il premio Strega 2010 ha già superato il vincitore in termini di attenzione da parte del pubblico. Indubbiamente non è un libro che possa lasciare indifferenti: o si ama o si odia, non ci sono vie di mezzo, perché l’argomento è forte ed è espresso con forza. Si parla di adolescenza, ma non è un libro per ragazzine: qui non ci sono due amiche che si scrivono “TVUKDB” fra una festa in casa e una corsa in scooter. Ci sono due quasi quattordicenni che cercano di affermare sé stesse in un contesto soffocante, che non lascia vie d’uscita, e lo fanno scoprendo, in modo innocente e senza malizia, il potere che la loro bellezza ha su chi le circonda. Francesca ha una madre rassegnata e un padre-padrone, Anna una madre battagliera, un padre scavezzacollo e un fratello dalla scorza dura, ma in realtà buono e generoso. Nella loro realtà ristretta e piena di limiti si inserisce di tutto: droga, trasgressione, piccoli furtarelli e truffe vere e proprie, ricerca disperata di un miglioramento nel modo sbagliato, voglia di crescere che spinge nella direzione sbagliata. In tutto questo, Francesca e Anna si stringono l’una all’altra: sono inseparabili da una vita, per loro è inimmaginabile pensarsi lontane. Eppure, a scavare una voragine fra di loro arriva proprio l’amore: quello incompreso di Francesca e quello troppo precoce di Anna. E’ lì che il loro mondo semplice, fatto di luoghi degradati ma per loro importantissimi e del sogno dell’Isola d’Elba che sembra il più bel viaggio mai possibile, si sfracella, separandole e spingendo Francesca su di una strada che potrebbe essere senza ritorno. Di stereotipi , insomma, non ne manca nemmeno uno. La bionda e la bruna. I ragazzi belli e dannati. I maschi arrapati. L’adolescenza inquieta. Il padre cattivo,  e quello cialtrone. la mamma delusa, l’amica racchia e invidiosa, l’amicizia maschile e quella femminile. Ma tutto sommato è un libro ben scritto , cosa ancora più rimarchevole in quanto si tratta di un’opera prima di una scrittrice di soli ventisette anni. Qualcuno lo ha definito “morboso”, ma non contiene una parolaccia ne’ una volgarità in più del necessario . I personaggi, per quanto siano abbastanza scontati, sono ben definiti, ben caratterizzati, si fanno amare o odiare a seconda del loro ruolo. Ci si ritrova ad accompagnarli per le strade assolate, a spiarli dalla finestra o attraverso la vegetazione di un canneto, partecipi di una storia che ci cattura e dalla quale, fatalmente, dobbiamo aspettarci qualche brutto colpo. Che dire alla fine? Leggetelo e poi mandatemi i vostri pareri e i vostri commenti . A molti è piaciuto, come piacciono, in genere, tutti quei romanzi, scritti non malissimo, che confermano i lettori nei loro consolanti luoghi comuni.

lunedì 27 giugno 2011

Jasenovac: la Auschwitz del Vaticano

Il 10 Aprile 1941 la Germania di Hitler invase in Regno di Jugoslavia, e creò lo stato-fantoccio chiamato Repubblica Indipendente di Croazia, con a capo il dittatore Ante Pavelic. Per quanto non abbia partecipato militarmente all’invasione del 10 Aprile 1941, l’Italia aveva provveduto all’addestramento militare degli Ustasha, i violenti corpi armati croati . In cambio della sua collaborazione, l’Italia ebbe l’Istria e la Dalmazia, parte della Slovenia e parte della Bosnia , che rimasero sotto il suo controllo fino al 1943.
Uno dei primi a dare il benvenuto al nuovo capo della repubblica croata fu l’arcivescovo di Zagabria, Mons. Alojsius Stepinac, che si recò personalmente a stringergli la mano. Stepinac nel suo ruolo di arcivescovo e capo della Chiesa croata, incitava ufficialmente i cattolici a implementare un programma – quello degli Ustasha – che era stato molto chiaro fin dall’inizio: sterminare i non-cattolici (cristiano-ortodossi, ebrei e Rom) presenti nella zona .
Il pio cattolico Dr. Mile Budak, Ministro dell’Educazione e della Cultura, ha detto il 22 luglio 1941: "La base del movimento Ustasha è la religione. Per le minoranze come i serbi, gli ebrei e gli zingari abbiamo tre milioni di pallottole. Uccideremo una parte dei serbi. altri li deporteremo, e obbligheremo il resto ad accettare la religione cattolica. La nuova Croazia sarà liberata da tutti i serbi al suo interno, e arriverà entro 10 anni ad essere cattolica al 100%."
Solo con un estremo fanatismo religioso si può comprendere la brutalità selvaggia, unita alla gioia assassina che spesso si legge sui volti di questi religiosi carnefici. 
Tra il 1943 e il 1945 "Vescovi e preti sedevano nel parlamento ustasha. Religiosi fungevano da ufficiali della guardia del corpo di Pavelic. I cappellani giuravano ubbidienza dinanzi a due candele, un crocifisso, un pugnale ed una pistola. I Gesuiti, ma più ancora i Francescani, comandavano bande armate ed organizzavano massacri all'urlo di : "Abbasso i Serbi!" essi dichiaravano giunta "l’ora del revolver e del fucile"; affermavano "non essere più peccato uccidere un bambino di sette anni, se questo infrange la legge degli ustasha". "Ammazzare tutti i Serbi nel tempo più breve possibile": questo fu indicato più volte come "il nostro programma" dal francescano Simic, un vicario militare degli Ustasha. Francescani erano anche i boia dei campi di concentramento. Essi speravano, nella "Croazia Indipendente", in quello "Stato cristiano e cattolico", la "Croazia di Dio e di Maria", "Regno di Cristo", come vagheggiava la stampa cattolica del paese, che encomiava anche Adolf Hitler definendolo "crociato di Dio".
Fra i francescani che si distinsero per lo zelo genocida merita un capitolo a parte Fra’ Miroslav Filipovic, soprannominato "Fratello Satana", il francescano che per un certo periodo fu direttore del campo di concentramento di Jasenovac, prima di passare a dirigere quello di Stara Gradiska. Ignorato sistematicamente dagli storici, Jasenovac fu il terzo campo di concentramento per dimensioni, dopo Auschwitz e Buchenwald, di tutta la seconda guerra mondiale (in realtà si trattava di un complesso di 5 campi diversi, tutti collegati fra loro). E’ qui che avvenne la maggior parte dei massacri operati dagli Ustasha contro le etnie non croate e non-cattoliche dello Stato Indipendente di Croazia, qui Filipovic conduceva personalmente molte delle mattanze compiute quotidianamente fra i prigionieri. A quanto raccontato dai superstiti, amava in particolar modo sgozzare i bambini, con lo speciale coltello ideato personalmente da Ante Pavelic, il capo della Repubblica Ustasha croata.
Fra i suoi molteplici crimini vi sono i massacri dei villaggi di Drakulici, Sargovac e Motika, vicino a Banja Luka. Qui arrivò il 7 febbraio 1942, con l’intenzione di uccidere i serbi che vi abitavano. Padre Filipovic uccise la prima vittima, il bambino Duro Glamocanin, gridando: "Ustasha, questo avviene nel nome di Dio. Io battezzo questi bambini e voi seguitemi. Io per primo prendo su di me l’intero peccato, e poi vi comfesserò in modo che siate perdonati per i vostri peccati". Poi incitò gli Ustasha criminali, che uccisero circa 1.500 uomini donne e bambini, con asce e bastoni. Dopo essersi dimostrato una tale bestia umana gli Ustasha capirono di poterne fare buon uso, lo promossero e lo nominarono comandante dell’infame campo di Jasenovac. Là portava a termine quotidianamente gli omicidi con le sue mani , spesso di donne e bambini, che uccideva con colpi di martello di legno alla testa. Terrorizzava i prigionieri del campo e li uccideva senza pietà, come è stato raccontato nelle testimonianze dei superstiti. Quando la Croazia fu liberata dai partigiani jugoslavi Filipovic fu arrestato, e fu poi processato dalla nuova Repubblica Federale Jugoslava. Nella sua deposizione di fronte alla Commissione Nazionale Croata sui crimini di guerra, Filipovic dichiarò:
"Sono stato amministratore del campo di Jasenovac dal giugno 1942 all’ottobre 1942. Riconosco di aver personalmente ucciso, durante le pubbliche esecuzioni, circa 100 prigionieri nei campi di Jasenovac e Stara Gradiska. Riconosco anche che durante la mia amministrazione del campo vi furono esecuzioni di massa, alle quali non ho partecipato, anche se ero a conoscenza delle esecuzioni. Anzi, mi correggo, ero presente alle esecuzioni di massa, ma non ho partecipato [...] A Gradina le esecuzioni avvenivano con un martello di legno. Erano fatte in modo che la vittima dovesse prima calarsi in una buca che era già stata scavata [di solito dalla vittima stessa, per poi ricevere un colpo di martello dietro la testa. Le uccisioni avvenivano anche con pistola o con il taglio della gola. Durante la liquidazione delle donne e delle ragazze a Gradina, so che venivano violentate le più giovani [...] Io non ho mai violentato nessuno. Durante la mia amministrazione, secondo i miei calcoli, furono liquidati a Jasenovac fra 20 e 30.000 prigionieri [...] Alla fine di ottobre del 1942 mi trasferii a Stara Gradiska, dove rimasi fino al marzo del ‘43. In quel periodo vi furono anche liquidazioni di massa, di solito eseguite fuori dal campo [...] Nell’aprile del 1945 sono tornato a Jasenovac, dove sono rimasto fino alla fine. So che in quel periodo i cadaveri dei prigionieri di Gradina venivano riesumati e bruciati per cancellare le tracce di quello che era successo. Io non ho partecipato alla liquidazione di questi ultimi prigionieri, ma solo alla loro riesumazione."
In realtà – commenta la Commissione nel documento – diverse testimonianze confermano che le uccisioni operate da Filipovic furono in numero molto, molto maggiore di quello dichiarato. Secondo alcune testimonianze, in una sola notte Filipovic avrebbe sgozzato personalmente oltre 100 bambini. Sempre nel ‘42 il responsabile di Jasenovac, che riferiva direttamente a Pavelic, ha dichiarato:
"In un anno, soltanto qui a Jasenovac, abbiamo ammazzato più gente di quanta ne sia riuscita ad ammazzare l’impero ottomano in tutta la permanenza dei turchi in Europa."
Filipovic fu condannato a morte, insieme a molti altri Ustasha responsabili della gestione di Jasenovac e degli altri campi di concentramento.Vi invito a vedere il video in calce all'articolo, in cui si può avere solo una minima immagine degli orrori compiuti a Jasenovac.



giovedì 16 giugno 2011

COMPITI PER LE VACANZE

Eccomi qui per l'ultima volta nel corso di questo anno scolastico,  giusto in tempo per darvi un po' di consigli per le vacanze. Le vacanze, si sa, sono un momento di relax, in cui si pensa e si fa altro rispetto a quello che si è soliti fare per il resto dell'anno, tuttavia non possono e non devono essere in nessun modo un periodo in cui non si fa proprio nulla. Cosa dovrei fare durante il mio tempo libero ? Mi chiederete, beh, se mi permettete vi do qualche consiglio. Lo so che i consigli sono fatti per non essere ascoltati, ma ogni tanto si potrebbe pure fare un'eccezione a questa regola. Scrivete. Scrivere è sempre un ottimo esercizio per fissare le idee e i pensieri della giornata. Scrivete quello che vi passa in mente per dare un po' d'ordine alle idee che vi frullano per la testa e per fissare sulla carta pensieri ed emozioni. Giocate a carte, a scacchi o fate cruciverba serve a tenere in esercizio la vostra capacità logica e non farla arrugginire e a imparare cose e parole nuove. Leggete dei bei libri, divertenti, avventurosi, gialli, di fantasia, non perchè vi costringe il professore, ma per il gusto di farlo, perchè la lettura è il miglior modo che si può avere per riempire il proprio tempo e per imparare dalle esperienze, reali o fantastiche che siano, che gli altri ci raccontano. Se non avete ancora visitato un museo o una mostra d'arte, è l'occasione giusta per farlo. A Venezia si è aperta in giugno la Biennale d'arte potrete vedere quadri realistici o astratti , entrare nel mondo delle arti visive e confrontarvi con la contemporaneità entrando dalla porta principale. Se vi piace la musica, beh, non avete che l'imbarazzo della scelta. A Piazzola sul Brenta per tutto il mese di luglio ci sono concerti e cantanti per tutti i gusti e di tutti i generi, fatevi accompagnare da qualche fratello maggiore che ha già la patente o dai genitori, magari, forse, scoprirete che anche loro sono fans di cantanti che piacciono pure a voi . Se poi volete passare qualche sera al cinema Opera Estate, a Bassano e a Rossano , propone un cartellone molto nutrito, ogni sera c'è la possibilità di andare al  cinema all'aperto per gustarsi un film d'avventura, di fantascienza, o una commedia d'amore, a seconda dei vostri gusti e delle vostre inclinazioni  personali . Per chi poi sia  particolarmente raffinato ci sono anche spettacoli teatrali . Tra parentesi so per certo che ci sarà anche l'ultimo spettacolo di Marco Paolini (quello dell'opera Vajont che abbiamo visto in dvd con la I AS).Insomma, per concludere, non restate senza far nulla, impiegate il vostro tempo per conoscere e confrontarvi con idee , progetti e situazioni sempre nuove da soli o con i vostri amici, le vacanze sono belle solo quando sono attive e ricche di esperienze. Per evitare che il cervello vi si ammuffisca vi traccio un breve percorso che vi permetterà di tenervi un po' in esercizio nelle singole discipline. Lo so che non è facile farsi piacere i compiti delle vacanze. Però possono sempre essere un momento di incontro con i compagni di classe. Ci si può trovare a casa di qualcuno o in una biblioteca . Se possono dare un consiglio , fate i compiti nel primo pomeriggio, nell'ora più calda (verso le 14), così avrete la mattina libera e, appena finito i compiti, potete andare a giocare con i vostri amici. Bene, entriamo ora nel vivo della questione. Per quanto riguarda i compiti di italiano leggete almeno due tra i seguenti testi 
  • Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini 
  • La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano 
  • L'eleganza del riccio di Muriel Barbery 
  • Io non ho paura di Niccolò. Ammaniti 
  • Il professionista di John Grisham 
A queste due letture aggiungetene una a vostra scelta, nel caso non sappiate cosa scegliere, potete farvi consigliare oppure prendere come lettura a scelta una di quelle presenti nel sondaggio del blog. Al termine di ogni lettura fate una recensione ( la lezione su come va fatta una recensione è ancora presente sul blog) e lasciatela entro e non oltre il giorno mercoledì 31 agosto nello spazio condiviso di Zoho. Il file dovrà avere il nome “recensioni” e dovrà contenere tutte e tre le recensioni fatte sui testi da voi letti. Sforzatevi di scrivere cose vostre evitando, per quanto possibile, di fare copia incolla o di scopiazzare qualche prefazione. Pensare con la propria testa consente di ordinare i propri pensieri e le proprie considerazioni e abitua a ragionare da soli e, converrete con me, che pensare da soli  costa un po' di fatica ma , dà sempre più soddisfazione che ripetere cose già dette da altri . Chi poi abbia la fortuna di fare esperienze particolari che vuole condividere , o manifestare ad altri la soddisfazione di aver visto un bel film, una mostra interessante , un luogo nuovo , può,naturalmente, sempre scrivere all'indirizzo mail mplibramente@gmail.com , contributi al blog saranno in qualsiasi momento graditi. 
Per quanto riguarda storia si consiglio la lettura di un testo divulgativo molto piacevole e interessante come  Una giornata nell'antica Roma. Vita quotidiana, segreti e curiosità di Alberto Angela edizioni Mondadori . Infine per quel che riguarda latino le versioni da fare per casa sono scaricabili all'indirizzo http://www.mediafire.com/?15fplv0dlwhi8a1 lasciate anche queste su Zoho , entro e non oltre il 31 agosto, in un file con il titolo: versioni di latino. Le versioni sono state scelte tenendo conto del tasso di difficoltà che è medio basso. Cercate di farle da soli, senza aiuti né da parte di fratelli maggiori, né da parte dei genitori. Nel caso ci sia la presenza in una di queste di qualche passo particolarmente complicato potete sempre contattarmi all'indirizzo del blog. A questo punto credo di aver detto tutto quel che dovevo, non mi resta che salutarvi e augurarvi. 
Buona estate
Mauro Peruzzo

mercoledì 18 maggio 2011

Recensione: La vita facile di Lucio Pellegrini



Regia: Lucio Pellegrini Interpreti: Piefrancesco Favino, Stefano Accorsi, Vittoria Puccini, Camilla Filippi, Angelo Orlando Durata: 96 min Genere: Commedia

Nessuno è come sembra: il buono non è buono, il cattivo non è cattivo e l'amore non è che una parvenza d'amore. Una commedia dai risvolti sociali La vita facile, del giovane regista astigiano Lucio Pellegrini, una commedia che ci parla dell'Italia contemporanea attraverso la storia di due giovani: Mario e Luca. Compagni di università i due si laureano  in medicina insieme e sono  entrambi innamorati della bella ma un po' fatua Ginevra. Quando, alla fine, Ginevra pur essendo attratta da Luca, deciderà di sposare Mario perchè le garantisce una maggior tranquillità economica, Luca se ne andrà in Africa a lavorare negli ospedali da campo. Nel frattempo Mario diventa un luminare della chirurgia , ma la sua vita non è perfetta. Decide quindi di partire per l'Africa per aiutare il suo vecchio amico Luca. Quando  anche Ginevra decide di raggiungerlo  la storia precipita verso un inevitabile menage a trois . Il racconto si costruisce attraverso una serie di analessi, fino a sfociare nell'animato finale , quando tra i due protagonisti maschili, coinvolti nell'amore per la bella Ginevra, si inserisce una valigetta piena di soldi frutto di una tangente.
In realtà, l'opera non è solo una leggera storia d'amore, non mancano infatti riflessioni critiche relative alla situazione italiana contemporanea . C'è un personaggio il quale  durante una cena afferma che  in Italia niente funziona, abbiamo una classe politica che fa vomitare, ma nessuno si ribella perchè tutti amano la vita facile . Ginevra, bella quanto cinica, sembra essere la rappresentante più evidente di questo modo di affrontare il mondo, tanto da sacrificare la sua attrazione verso  Luca in favore del benessere economico incarnato da Mario . Luca invece è  l'idealista che vuole cambiare le cose, sogna un mondo fatto di buoni sentimenti e sacrificio per il prossimo  e perciò va a vivere in Africa per aiutare i più bisognosi. Mario invece si serve della medicina per aumentare il suo conto in banca e il suo prestigio sociale .In realtà, alla fine scopriremo che nulla è come sembrava.  Luca non è poi così idealista , anche lui, di fronte al potere del denaro sceglierà la vita facile. Mario non è poi così arrivista  in quanto si dedicherà con passione a curare i malati nel piccolo ospedale da campo africano . Ginevra non è così cinica, perchè alla fine si innamorerà appassionatamente  di Luca e verrà da lui abbandonata . Il film mescola da un lato  elementi della migliore tradizione della commedia all'italiana (da sottolineare l'ottima interpretazione di Pierfrancesco Favino e Stefano Accorsi) dall'altro elementi del film sociale e del thriller. Opera godibile, che gioca con i  generi cinematografici e li orchestra sapientemente con perizia superiore alla media.
  Mauro Peruzzo
 Trailer del film

mercoledì 11 maggio 2011

Recensione: Amore & altri rimedi di Edward Zwick


Regia: Edward ZwickCast Jake Gyllenhaal, Anne Hathaway, Oliver Platt, Hank Azaria, Josh Gad, Gabriel Macht, Judy Greer

L'amore ai tempi del Viagra. No, non è come pensate voi, i protagonisti di Amore & altri rimedi, una divertente commedia brillante di Edward Zwick, sono tutti giovanissimi e non hanno certo bisogno della celebre pillola blu. Maggie infatti è una giovane dal seducente spirito libero, refrattaria a qualsiasi legame amoroso, Jamie Randall, è un rampante rappresentante farmaceutico dal fascino irresistibile che sfrutta la sua capacità seduttiva sia nel mondo del lavoro, sia per le sue conquiste sentimentali. L'incontro tra i due porterà entrambi, con loro grande sorpresa , a sentirsi sotto l'effetto del farmaco più forte di tutti: l'amore.
Una commedia brillante , dunque, senza tante pretese e a tratti anche divertente. Si ride, ci si diverte , ci si emoziona in un dosato e controllato sfoggio di sentimenti. All'inizio la storia punta soprattutto sula spigliatezza, mettendo il personaggio principale, Jamie Randall, al centro di una mirabolante serie di avventure erotiche a ritmo quasi martellante, poi il clima si si fa più raccolto quando si introduce nella vicenda il tema dell'amore, infine, con l'apparire del Parkinson di lei , si indulge anche un po' alla commozione Prima, quindi ,la storia è solo erotica, poi diventa romantica, alla fine un po' patetica, ma tutto sempre nei giusti limiti, come conviene al carattere leggero della commedia brillante americana. Il tutto condito da una scaltra tecnica registica e da musiche e canzoni che sanno introdursi nel racconto per creare le atmosfere più consone.
Il film mette sotto i riflettori l’essenza stessa di un decennio, che in Italia purtroppo non si è ancora concluso, in cui si è creata ricchezza con la futilità. Negli anni Novanta la gente si è arricchita in maniera volgare grazie a cose che non servono a niente. C’è stata la bolla di internet dove si vendeva aria come fosse oro, e il boom Viagra, un medicinale inutile, che non cura nulla ma che è ancora la pasticca più venduta al mondo. La pillola blu si fa parabola quindi della futilità di quel mondo , soprattutto se rapportata all’assoluta inesistenza di cure per una malattia come il Parkinson, e colpisce lo spettatore come un pugno nello stomaco. Sentimento, commozione e divertimento ambientati dunque nell'America rampante degli anni Novanta quando i manager d'assalto , dopo ore di lavoro stressante si scoprivano soli e incapaci di amare e alla ricerca di orgasmi ottenuti in laboratorio grazie alla magia dei farmaci che riducevano in pillole, rigorosamente blu, il grande sogno americano. 
Mauro Peruzzo

mercoledì 4 maggio 2011

Recensione: Il cigno nero di Darren Aronofsky


Titolo originale: Black swan
Nazione: USA
Anno: 2010
Genere: drammatico, thriller
Durata: 1h43m
Regia: Darren Aronofsky
Sceneggiatura: Andres Heinz, Mark Heyman, John J. McLaughlin
Fotografia: Matthew Libatique
Musiche: Clint Mansell
Cast: Natalie Portman, Vincent Cassel, Mila Kunis, Barbara Hershey, Winona Ryder, Benjamin Millepied, Ksenia Solo, Kristina Anapau, Janet Montgomery, Sebastian Stan, Toby Hemingway, Sergio Torrado, Mark Margolis, Tina Sloan

Dopo the Wrestler Darren  Aronofsky, talentuoso regista neyorkese, si cimenta con il mondo del balletto ne Il cigno nero, un thriller psicologico ricco di effetti che mette in scena  le gelosie, le difficoltà e le gioie del  mondo del ballo . L'opera è stata a lungo candidata per un premio Oscar ad è  un incubo vissuto ad occhi aperti che ci trascina assieme alla  protagonista in un estenuante e devastante percorso dove realtà e sogno si sciolgono in un’antitetica entità. Nina è una ballerina professionista la cui vita è del tutto assorbita dalla danza e psicologicamente dominata dalla figura della madre, una ex ballerina che esercita su di lei un controllo soffocante. Quando il direttore artistico del teatro decide di rimpiazzare l'etoile per il balletto d'apertura della stagione: Il lago dei cigni, la sua scelta cade proprio su Nina la quale è perfetta per il ruolo del cigno bianco, aggraziato e innocente, ma troppo fredda e ossessiva per interpretare al parte del cigno nero, astuto e sensuale. Lily, invece , una ballerina del corpo di ballo del teatro, sebbene non sia tecnicamente molto dotata, ha tuttavia le caratteristiche emotive per incarnare tutti e due i personaggi. Nasce così una serrata competizione tra le due rivali che metterà Nina in contatto con il suo lato oscuro.
Il tema del film è evidentemente quello del doppio , lo scontro tra il cigno bianco e il cigno nero, tra Nina e Lily è nello stesso tempo uno scontro tra le due anime di Nina che si sente sempre più limitata dalle sue ossessioni di perfezione e dalla figura della madre. Sono parecchie le inquadrature nella pellicola che rimandano a questa idea grazie all'uso sapiente degli specchi che sdoppiano le immagini della protagonista in parecchie situazioni come, ad esempio, nel caso delle prove del balletto o del finestrino della metropolitana nel quale la figura della protagonista viene ricreata dalla sua immagine riflessa.
Per altri versi il film lascia molte questioni irrisolte . Aronofsky sceglie di approfondire in maniera privilegiata alcuni aspetti della vicenda trascurandone, a mio parere, altri. Concentra infatti l'attenzione dello spettatore sul risvolto erotico della storia. Nina è una ragazza ingenua, sessualmente repressa che ha trascurato i rapporti con l’altro sesso per troppo tempo, perdendo contatto con le emozioni, in una continua ricerca di estenuante perfezione personale. Tuttavia piuttosto irrisolto sembra il nodo del rapporto con la madre oppure i motivi che spingono la protagonista a grattarsi fino a provocarsi dolorose ferite . Nel film è presente una una fitta tela di citazioni cinematografiche tratte in particolar modo dall'opera di David Lynch, maestro nel costruire ossessive proiezioni visive delle ansie dei personaggi che inducono nello spettatore stati di terrore ansiogeno , ma sembrano chiari anche i riferimenti ad un certo cinema oscuro e psicologico di De Palma e Polanski.
Nulla di nuovo quindi. Un'opera che , per quanto godibile e ricca di effetti truculenti, è nel complesso abbastanza prevedibile nel suo svolgimento tematico anche se senza dubbio molto coinvolgente per lo spettatore. Insomma, per citare le parole scritte da Lietta Tornabuoni su La Stampa del 2 settembre 2010 : “un pasticcio, ma niente affatto male”.
Mauro Peruzzo

giovedì 28 aprile 2011

Recensione: El Grinta di Ethan e Joel Coen


Regia : Ethan ; Joel Coen
Interpreti: Jeff Bridges, Matt Damon, Josh Brolin, Hailee Stenfeld
Nazionalita: USA 2010 Genere: western 

El Grinta è il western dei fratelli Ethan e Joel Coen, film d’apertura dello scorso Festival di Berlino. Si tratta del remake dell’omonimo lavoro di Henry Hathaway, che nel 1969 valse l’unico Oscar vinto da John Wayne . Protagonisti sono il coraggio e la vendetta, personificati nella piccola Mattie Ross.
Siamo nel 1870, nell’America di frontiera subito dopo la Guerra Civile. Mattie assolda un vecchio sceriffo, Rooster Cogburn , orbo e stordito dall’alcool, per dare la caccia a Tom Chaney che ha ucciso suo padre per due pezzi d’oro fuggendo poi in quella terra di nessuno che è il territorio indiano. Ai due si aggrega anche un ranger del Texas, LaBoeuf , a sua volta intenzionato ad arrestare il fuggiasco, per l’uccisione di un senatore.
Pur essendo ricco di citazioni dal repertorio del genere western e pur essendo illuminato dalla straordinaria capacità dei registi di rendere il paesaggio delle sterminate praterie americane , il  film dei due cineasti di Minneapolis sembra trascendere il genere per rilanciare una riflessione sul concetto di giustizia. Lo spettatore infatti viene messo di fronte a tre livelli di giustizia incarnati dai tre personaggi principali della vicenda . Un funzionario della legge, lo sceriffo Rooster Cogburn, detto El Grinta, presentato come un mercenario l’uomo dal grilletto facile interessato solamente al denaro. Un ranger texano, alter ego della legalità rispetto a Cogburn e apparentemente in contrasto col primo sembra incarnare l’inutilità delle istituzioni in un luogo senza legge come il west. Mattie che agisce per principio, simboleggiando quell’immagine dell’America che non intende piegarsi alle avversità. E' lei infatti , animata da una forza di volontà e da una rettitudine morale che traspaiono chiaramente da una ferrea educazione religiosa che  incarna il livello più puro della giustizia, lontano anni luce dallo sporco Dio denaro.
Il film è un lungo flashback visto proprio attraverso gli occhi di Mattie, adolescente divenuta donna anzitempo perché attanagliata dal dovere e dalla necessità, costretta a fronteggiare i meandri più crudi della vita, vissuti sulla pelle a soli 14 anni. Ecco così  che partendo dal proverbio d’inizio - “L’empio fugge anche quando nessuno l’insegue” - i fratelli Coen ci rimandano ad una profonda riflessione sull'essere umano e sul suo destino.
Mauro Peruzzo

giovedì 21 aprile 2011

Recensione: Habemus Papam di Nanni Moretti


Habemus papam (Ita, Francia, 2011) di Nanni Moretti; con Michel Piccoli, Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Franco Graziosi, Camillo Milli, Roberto Nobile, Ulrich von Dobschütz, Gianluca Gobbi, Nanni Moretti, Margherita Buy

Cosa succede quando non  si sente più la forza di continuare a recitare, quando non si ha più la voglia  di sostenere la parte che ci hanno cucito addosso? Cosa accade quando capiamo che è giunto il momento di gettare la maschera per essere veramente noi stessi? Queste sono le domande che ci pone il nuovo film di Nanni Moretti Habemus papam.  La trama, forse liberamente ispirata un po' alla vicenda di Celestino V un po' a quella  di papa Luciani, è poco più che un pretesto . Durante un conclave viene designato papa un cardinale che non era tra i pronosticati della vigilia. Subito  manifesta il suo terrore di assumere l'importante carica, terrore che diventa panico di essere inadeguato al ministero per il quale è stato scelto . L'esile vicenda si stempera spesso in commedia . Ce n'è per tutti nel film di Moretti dai giornalisti superficiali e incapaci che usano le parole senza saperne il significato e danno le notizie senza avere capito ciò che è successo, agli psicanalisti che pensano di risolvere i problemi dell'uomo costringendoli dentro delle formule precostituite . Mentre il papa fugge in cerca di se stesso tutti giocano o recitano intorno a lui. I cardinali organizzano interminabili partite a carte o tornei di pallavolo, gli psicanalisti i giornalisti svolgono la loro parte incuranti del dramma che si sta svolgendo. C'è un personaggio rivelatore nell'opera, un attore che recita Checov sempre fuori luogo e fuori tempo il quale finisce  prima ricoverato  in ospedale , poi per credere che gli applausi rivolti agli altri siano destinati a lui. Il protagonista non si sente partecipe di   questa finzione globale  e alla fine prenderà la sua decisione . Dopo aver a lungo vagabondato in giro per Roma il nuovo papa  comunica davanti a tutti che  non si sente in grado di svolgere la sua funzione perciò rinuncerà alla carica. Se non si è in grado di sostenere la parte meglio fare un passo indietro per il bene comune . Il film sarà presentato in concorso al prossimo festival di Cannes. Quale che sia il suo riscontro a livello internazionale ne consiglio a visione a chi a voglia di divertirsi riflettendo un po'.
Mauro Peruzzo